Transgender e queer. Clinica psicoanalitica lacaniana dell’uno per uno.

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Premessa
Negli ultimi cinquant’anni sono state svolte moltissime ricerche intorno alle questioni dei ‘generi’.
Effettivamente non c’è nulla che metta più al lavoro sul piano culturale, sociale e scientifico delle questioni legate all’identità e a una sua connotazione sessuata riconducibile all’assioma dei due sessi,maschio-femmina e dei due generi, uomo-donna.

Il DSM nelle sue successive edizioni mostra l’incessante lavorio volto a definire il fenomeno transgender e transessuale.
Alcune realtà associative a livello mondiale e locale si sono costituite con lo scopo di mantenere vivo il dibattito, come fa ad esempio in Italia l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (ONIG) associazione nella quale confluiscono professionisti della salute, istituzioni e associazioni.
Interessanti riflessioni provengono anche dal gruppo di lavoro che opera presso l’Unità di Psicologia Clinica e Psicoanalisi Applicata del Dipartimento di Neuroscienze e di Scienze del Comportamento dell’Università degli Studi di Napoli ‘’Federico II’’. In Enigma del transessualismo ben evidenziano alcune questioni cruciali rispetto alla prassi così come organizzata. Si pone l’accento sui problemi istituzionali connessi all’attività clinica e si interrogano i presupposti che sono alla base della pratica secondo la quale la richiesta dei colloqui psicologici proviene sistematicamente da un soggetto altro dal paziente, in particolare da un soggetto istituzionale quale è il corpo medico. Nella loro esperienza è per lo più il medico che, all’interno di unità operative specializzate richiede allo psichiatra, psicologo o psicoterapeuta di “accertare la condizione transessuale” prima di procedere con gli interventi chirurgici. All’individuo viene dunque richiesto di sottoporsi ad un percorso obbligatorio e strutturato in un dato tempo e, a seconda di quanto previsto dal protocollo, a colloqui e test che hanno la funzione di stabilire se esistono le condizioni per diagnosticare una “disforia di genere’’. Lo psicologo assume dunque un ruolo che ha a che fare con l’ accertamento della condizione transessuale.

Sul versante degli studi culturali alcuni studiosi offrono letture articolate e divergenti. Kate Bornstein, sostiene che i soggetti transgender non sono intrappolati nel corpo sbagliato ma sono persone che combinano i concetti di maschile e femminile in un nuovo modo. Ritiene che la medicalizzazione e il processo di (ri)assegnazione di sesso, che incoraggia la maggior parte dei transgender e transessuali a transizionare con il proprio corpo da una categoria di genere all’altra è fonte di dolore e sofferenza, e li allontana dal proprio desiderio, creando distorsioni significative nelle loro storie .
Jay Prosser, invece, nel suo libro Second Skins, sottolinea che i transgender e i transessuali, non sono alla ricerca costante di sovversione delle categorie di genere, ma piuttosto alla ricerca di una casa/corpo sufficientemente sicura e stabile.
La questione è dunque molto complessa e probabilmente ciò che sostiene Kate Bornstein incontra il consenso di alcuni, e ciò che sostiene Jay Prosser di altri.
In mezzo ci sono le storie di vita di ognuno, ognuno con i propri sintomi, uno per uno.

Alcuni accenni sulla clinica psicoanalitica lacaniana: dal primato del simbolico alla clinica orientata dal reale.
Nel primo tempo del suo insegnamento, dal Seminario I fino al Seminario V, Lacan mette l’accento e elabora la centralità del simbolico, occupandosi soprattutto delle questioni del linguaggio, della teoria del significante. In questo periodo, egli include nell’immaginario non soltanto la coppia speculare a-a’, che si ritrova nello schema L ma anche tutto il campo delle significazioni. Il significante, che è nel campo del simbolico, produce delle significazioni molteplici che diventano parte del campo immaginario. L’eccezione per uno stesso significante – ad esempio“donna” – può generare molti significati immaginari.
Lacan scrive in L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud che “la cabina offerta all’uomo occidentale per soddisfare i suoi bisogni naturali (…) sottomette la sua vita pubblica alla legge della segregazione urinaria”. In questo modo, richiamando l’insegna delle due toilette uomo-donna ci indica come il soggetto è chiamato ad assumere, a fare suo il significante uomo o donna per poter varcare l’una o l’altra soglia.
Lacan conia il neologismo parlessere per condensare in una parola la relazione indissolubile tra essere umano e linguaggio. Si nasce immersi nel linguaggio e l’essere umano non coincide con l’organismo biologico, è piuttosto corpo parlato, segnato dal linguaggio sin da subito e quindi corpo che subisce una perdita, una divisione perché patisce del significante. Il corpo deve costituirsi, non si nasce con un corpo. Il corpo si costruisce, è effetto della parola e il dirsi uomo o donna è un effetto di linguaggio.
Assumere il proprio essere sessuale richiede una simbolizzazione, ma essa non sarà sufficiente ad assumersi il proprio sesso, poiché nell’inconscio la differenza dei sessi non si scrive. Esiste un reale in gioco, un referente indicibile, che condiziona il rapporto del soggetto con il sesso. Il reale non è la realtà.
Nel Seminario RSI del 1974-75 Lacan ritorna sulla triade costituita dal reale, dal simbolico e dall’immaginario operando un livellamento dei tre registri RSI producendo, come conseguenza, la ridefinizione della realtà: essa di per sé non esiste ma è il risultato di come i tre registri RSI riescono ad essere tenuti insieme. Sarà l’annodamento possibile attraverso il nodo borromeo a tenerli insieme.
Il nodo borromeo è una figura topologica composta tra tre anelli inanellati tra loro in modo che, se si separa uno qualunque dei tre, si liberano anche gli altri due. A partire dal lavoro con i nodi, si produce un cambiamento importante nella clinica: il punto di partenza non è più nell’Altro e nella mancanza-a-essere, nel desiderio, ma è piuttosto nel godimento, che di per sé è sempre autistico.
Il nodo borromeo è una scrittura della clinica. La prima scrittura, quella freudiana classica, è la scrittura edipica che colloca la posizione del soggetto rispetto alle coordinate dell’Edipo, ai complessi familiari, e legge il sintomo come erede della funzione paterna. La scrittura borromeica permette di andare oltre, è una clinica che consente di parlare di quelle strutture che non hanno raggiunto la configurazione edipica e di individuare le differenze significative. Nel caso della psicosi dove non è stato possibile integrare la castrazione, a causa della mancata iscrizione della funzione paterna nel simbolico, saranno i sintomi di supplenza a permettere un annodamento. Questa indicazione fa cogliere nella clinica come l’annodamento di immaginario, simbolico e reale attraverso un quarto elemento, il sintomo, sia la condizione necessaria perché ci sia concatenazione significante.
Durante la lezione del 9 Aprile del 1974 del Seminario Les non-dupes errent dopo che aveva introdotto le formule della sessuazione Lacan pronuncia questo frase:“L’essere sessuato non si autorizza che da sé (…) il fatto che lo si classifichi maschio o femmina, ciò non impedisce che il soggetto abbia la scelta”.
Nelle complesse formule della sessuazione Lacan elabora una logica per dire come la scelta della posizione sessuata per ogni parlesssere si produce a partire da come ci si situa rispetto al significante fallico.
Il significante fallico è senza dubbio una bussola del desiderio del soggetto, ma non costituisce alcuna garanzia dell’atto di parola. Ogni soggetto si situa in relazione alla sessualità attraverso la sua parola. Il processo della sessuazione non proviene dalla biologia né dal contesto culturale ma dalla logica del discorso. Di fronte all’atto di parola che determina la propria posizione sessuata il soggetto è solo.
Dunque, cosa succede quando il soggetto non riesce a dirsi uomo o dirsi donna?
Cosa succede per quei soggetti che non riescono a trovare un posto che li possa collocare nel mainstreaming del transessualismo e cioè di individui che richiedono alle istituzioni preposte di poter passare da un sesso all’altro attraverso la chirurgia?
Cosa succede sul piano dell’iter medico-legale a quei soggetti che dichiarano la loro incertezza e soggettivamente non possono o non vogliono aderire all’offerta che il discorso medico produce?
Si apre un mondo che è contemporaneo. I soggetti transgender esistono, cercano un loro posto nel mondo, reclamano i loro diritti ad esistere.

Effetti dell’esperienza clinica con soggetti che si dicono queer e transgender
A Torino da circa quattro anni si è costituito Spo.T, un progetto del Maurice GLBTQ, dedicato a percorsi di inclusione sociale di transgender e transessuali, che offre la possibilità di accedere a psicoterapie e consulenze endocrinologiche.
Per ciò che concerne le psicoterapie, non si tratta di un’alternativa ai percorsi istituzionalizzati e protocollari che sono previsti all’interno di unità operative ospedaliere. Si tratta di un’altra via. Effettivamente in un incontro che ci fu tra l’equipe di Spo.T con i colleghi del CIDIGEM che compongono l’equipe specializzata dell’Ospedale Molinette di Torino che si occupa di transessualismo, ci si rese conto che sebbene i due percorsi possano in certi momenti incrociarsi, di fatto chi sceglie di rivolgersi a Spo.T non si rivolge al CIDIGEM e viceversa.
Dunque perché Spo.T?
Non so se gli ideatori del progetto se ne sono accorti ma Spot tradotto in italiano significa “posto”. E effettivamente, dopo quattro anni di questa esperienza, lo si coglie dagli effetti. Ciò che si verifica è un fare posto. Al Maurice fare posto ad individui che trovano attraverso i gruppi di pari e le iniziative del Maurice un luogo per includersi socialmente. Nell’incontro con uno psicoanalista, fare posto al soggetto dell’inconscio.
Per uno psicoanalista, per i presupposti che guidano la sua pratica, così come ho cercato di dire facendo riferimento all’insegnamento di Lacan, non si tratta di “accertare la condizione transessuale”.
Si sceglie di farsi orientare soprattutto dal dire di quel soggetto particolare, con la finalità specifica di mettere in campo le condizioni affinché possa sorgere del soggetto, soggetto dell’inconscio.
In questo caso chi ha accolto la domanda del soggetto si situa nella posizione di chi si lascia insegnare dal dire del soggetto, senza fare appello alla teoria messa in posizione di verità.
Si tratta per ogni soggetto – uno per uno – di portare in quell’incontro la propria parola e lasciare che il dire si produca al di là dell’enunciato.
Qualcosa di sorprendente si produce nella mia pratica clinica con soggetti che si definiscono queer. e transgender. Un’esperienza che permette di testimoniare che il reale e il non senso che il reale veicola è impossibile da cancellare. Ciò che si coglie nell’incontro con ogni soggetto è che se si lascia cadere ogni supposizione di sapere e si lascia che la singolarità di ognuno possa trovare la propria via, senza nessun tentativo di universalizzazione, il soggetto trova delle soluzioni uniche e invenzioni singolari, che non hanno a che fare con l’adattamento né con il comportamento.
Penso a qualcuno per cui le sedute stesse svolgono la funzione di un luogo dove poter depositare le proprie angosce mentre cerca di costruirsi una stampella per camminare nel mondo se pur zoppicando. Oppure qualcun’altro per cui è caduta l’idea di volersi sottoporre alla chirurgia; oppure ancora qualcuno che ha trovato un modo per dare un posto al proprio desiderio deciso di dirsi uomo invece che donna; per qualcun’altro ancora l’accorgersi che ciò che sembrava impossibile da sopportare non è tanto il proprio corpo ma i ruoli di genere a cui si ribella. Ognuno con la propria storia, ognuno con i propri sintomi, ognuno in un nuovo legame di transfert.
Ciò che imparo è che è necessario accogliere nel discorso dei soggetti quei nuovi significanti che emergono -queer – transgender – affinché possano trovare una via per declinarsi in un modo singolare, possibile per ciascun soggetto, al di là di nuove etichette.

Mary Nicotra

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