Una solitudine radicale

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La solitudine è una condizione ineliminabile dalla vita e  fa eco , almeno per me, ad una frase che mi è capitato di ascoltare più volte,all’interno del lessico familiare. ma ereditata da un detto di Cesare Pavese “ Inutile piangere, si nasce soli, si muore soli’

La solitudine originaria ci accompagna per tutta la vita, cambia e prende forme diverse anche a partire dalle epoche in cui viviamo.

C’è una solitudine  che spienge al ritiro dal legame sociale promossa dalla spinta al consumo di oggetti. Ma ce ne accorgiamo… e’una solitudine che testimonia dell’impossibilità di saturare la mancanza e vani sono i tentativi di passare da un oggetto all’altro…

C’è anche la solitudine della nevrosi stessa: il pensare ruminante dell’ossessivo, il sottrarsi dell’isteria, l’evitamento fobico. E’ la solitudine che non cessa di scrivere il sintomo nevrotico di cui ci si lamenta e si soffre.

Di per sè, la solitudine non è una condizione negativa.

La psicoanalisi ci insegna che c’è una solitudine radicale che è preludio necessario per ogni atto di invenzione.

Lacan nel  seminario  XXIV “L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre” del 1976-77 che è pubblicato in parte su Ornicar? nnº 12-15 e tradotto in italiano, dice che si parla da soli e si dice sempre lo stesso a meno che non si incontri un’analista.

Perché?

Perché l’analisi è un’esperienza in solitudine con un altro, l’analista. In solitudine ma non da soli.
L’analisi è un’esperienza che permette all’essere parlante, al parlessere, di trovare un’invenzione singolare a partire dalla propria solitudine radicale.

Lacan ce lo ha dimostrato con l’atto di costituzione della Scuola e ogni analista/analizzante ne fa esperienza.

Quando si produce un atto creativo che offre un nuovo significato alla propria esperienza, ci si trova soli davanti a quell’atto, non ci sono orme da seguire, si nasce e si muore e si rinasce ogni volta e ciò può avvenire solo dall’assunzione soggettiva della propria solitudine radicale.

 

Mary Nicotra